"Edison’s Last Machine"

I-D Box - (Agosto 2002).Jerica's "Edison’s Last Machine" (2002, Indigena rec)
A quattro anni da "Two Ships" ritornano Stefano Garaffa Botta e Carmelo Sciuto, titolari del progetto Jerica’s, con dieci nuove canzoni che brillano per varietà espressiva e per la capacità emozionale. Il principe David Lenci, tra l’altro, sostituisce Agostino Tilotta (Uzeda) e Arturo Zitelli che si erano occupati delle registrazioni del debut album. Rispetto a molte, seppur interessanti, realtà noise-rock che animano la cosiddetta scena catanese, i Jerica’s sembrano voler allargare i propri orizzonti musicali. Quello che fu il post-rock è sì presente nei solchi delle composizioni di questo quartetto, ma ciò che emerge chiaramente è un’interessante psicadelia, tra nervosismi elettrificati e partiture più dilatate. "G. Trip" e "Future Expressions" sono perfette rappresentazioni di quanto ho cercato di descrivere in precedenza oltre che alcuni degli episodi migliori di "Edison’s Last Machine"… Non so se si usa ancora l’espressione, ma consigliati a scatola chiusa.

Claudio Vitali

Rumore – n° 128 (Settembre 2002).Jerica's "Edison’s Last Machine" (2002, Indigena rec)
Esiste un suono che attraversa l’oceano e dopo un quarto di giro del globo diventa altro, secondo un procedimento sincretico che mischia i caratteri e dà vita a forme inedite. Non c’è dubbio che quel suono, proveniente da mideast americano, giunto nella Sicilia "indigena" abbia assunto forme proprie. I Jerica’s, formazione catanese giunta al secondo album, sono gli esponenti di quel sincretismo, sospesi tra la matrice (Sonic Youth, Rodan, June of 44, Seam) e la sua rilettura. Al punto che il quartetto è in grado di superare il timore di risultare derivativo rispetto a quei modelli e proporre dieci canzoni ispirate, giocate su sbalzi dinamici emozionanti. Postpunk di ottimo livello.

Andrea Prevignano

Succo Acido – n° 11 (Settembre 2002).Jerica's "Edison’s Last Machine" (2002, Indigena rec)
…Nelle dieci tracce missate da David Lenci e masterizzate da Pippo Barresi i Jerica’s ci regalano un bignamino del più sano suono americano. Le atmosfere partono tenui ed ordinate ("G.Grip") per poi diventare tese e nervose ("Sea Of Grass") sino a toccare rari vertici emozionali ("House 6X3") e cosi via per "Edison Last Machine", "I Breathe" ecc…

Gianni Avella

Freak Out – (Ottobre 2002).Jerica's "Edison’s Last Machine" (2002, Indigena rec)
Era ora! Aspettavamo da ben 4 anni una conferma discografica da quella che fu, almeno per me, forse la migliore italica sorpresa della stagione 1998. "Two Ships" rappresentò l'ennesimo ma degno atto di fede di Catania per una musica, una scena (il post-rock) ormai ben lanciata oltreoceano, ma che in Italia da poco decollava e che cercava un degno sostituto per gli stratosferici Uzeda, già trasvolati per più ampie e prestigiose opportunità.In questa centrifuga che è il panorama indie, che da un giorno all'altro dissolve band per ricrearne altre con gli stessi componenti, in una baraonda di side-project e alter ego, 4 anni sono tanti. Lecito dunque attendersi da "Edison's Last Machine", un sostanzioso passo avanti. E i Jerica's, buon per tutti (noi e loro) non deludono queste attese. Il disco supera infatti la semplice ricerca di nuove geometrie sonore per affrontare la dura sfida della melodia. Senza dimenticare però quel prezioso background di accelerazioni, pause, reiterazioni, crescendo e chiaroscuri (esemplare di questo patrimonio è la monumentale title-track, 7 minuti di sound post-Slint densamente saturo).Un futuro come gli Uzeda ? E' il minimo che gli si possa augurare. Se lo meritano.

Roberto Villani

 

Alias (inserto de "Il Manifesto") – n° 39 (5 Ottobre 2002).Jerica's "Edison’s Last Machine" (2002, Indigena rec)
…Il loro secondo disco sta tutto nelle loro coordinate culturali: guitar music appesa al filo dell'emotività, appena sussurrata, con l'elettricità sottopelle, e in piena evoluzione, tra l'implosione e l'esplosione. È un buon lavoro, il loro, perché conoscono la materia in questione e possiedono personalità, così da affrancarsi dal calco calligrafico…

Gianluca Runza

 

Hi-Lo Tunez (Ottobre 2002).

Jerica’s

Intervista di Andrea Perna

In occasione dell'uscita di 'Edison's Last Machine' - anche se con un po' di ritardo - abbiamo intervistato via e-mail Stefano Garaffa Botta dei Jerica's.

L'omaggio a Edison e il concept del fonografo sembrano il filoconduttore dell'album. Com'è nata questa idea?

Da una notizia inusuale della quale sono venuto a conoscenza: sembra che Thomas Edison, dopo una vita dedicata alla tecnologia ed alla scienza abbia, sul finire dei suoi giorni, dedicato molto tempo alla costruzione di una macchina che permettesse la comunicazione tra la vita e la morte, alla ricerca di un possibile "al di là". Che il fatto sia vero o no (ma credo che lo sia), mi è sembrata comunque una bella metafora per sottolineare la connessione tra quello che è razionale e non, e di come alla fine ci sono domande sul senso reale della vita che, a prescindere dall'illusione d'onnipotenza tecnologica che ci circonda, non possiamo non farci.

Come mai la scelta del produttore è caduta proprio su David Lenci?

Per la registrazione di questo disco avevamo due desideri:

1) farlo in uno studio che non fosse a Catania, per dedicarci completamente e senza distrazioni varie alla musica,
2) farlo con una persona di cui musicalmente ci fidassimo.

Lenci e la "Red House" a Senigallia li esaudivano entrambi...

Oltre all'influenza di band come Three Second Kiss e Blonde Redhead, che hanno lo stesso vostro retroterra - cioe' la scena Now wave, se vogliamo usare un'etichetta, - mi sembra che nel vostro bagaglio ci sia anche dell'altro. Penso ad esempio al rock psichedelico degli anni '60 e '70.

Non è sicuramente cosa voluta, ne mi pare abbiamo di questi ascolti. Ma se senti così ci sarà un motivo...

In alcuni pezzi tu e Carmelo manipolate i suoni della chitarra con attitudine quasi 'electro', a quando l'introduzione dell'elettronica nei Jerica's (se e' vero che vi conosco penso non presto)?

Penso che l'elettronica, nel bene e nel male, influenzi ormai tutto e questo non può non riflettersi anche in campo espressivo. Per esempio, io noto attitudini 'electro', soprattutto dal punto di vista ritmico, anche in gruppi che non fanno nessun utilizzo di strumenti elettronici, vedi Storm and Stress, Don Caballero, Arab on Radar, Oxes, per dirne alcuni. O, al contrario, un utilizzo 'post-punk' (se proprio vogliamo usare etichette) dell'elettronica nei Matmos, Rechenzentrum, Lali Puna, Per Mission. L'importante credo sia non dimenticare che il computer è un mezzo, come tanti altri, che l'uomo utilizza per creare, e non bisogna, al contrario, limitarsi ad utilizzarlo in maniera operativa (vedi l'assemblaggio cannibalistico della varie house-tecno-compilations italiane).

In 'Edison's Last Machine' c'è già un utilizzo dell'elettronica (anche se con parsimonia) che però prende spunto più dalla musica concreta e dalla Live Electronics della musica classica contemporanea che dal Kraut-Rock. In alcuni brani sono state inserite delle registrazioni di suoni e ambienti che hanno a volte la funzione di fare da sfondo, da coreografia sonora alla musica ed a volte, invece, assumono la funzione di strumenti ausiliari veri e propri che dialogano insieme agli altri (vedi il loop iniziale in 'G.Trip', per esempio, o l'insert in francese in 'House 6x3').
Alla fine l'importante rimane per me mettere sempre la tecnica al servizio del cuore.

A proposito della vivacità della scena di Catania, tu suoni anche con i Theramin. A distanza di un bel po' dal tour Italiano con i Don Caballero stiamo ancora aspettando l'album.

Da allora purtroppo la frequenza dei nostri incontri si è rarefatta per il trasferimento di Sasha (Tilotta, il batterista; ndi) a Roma, motivi di studio. Ma approfittando dell'estate, durante la quale ogni buon siciliano non può resistere al richiamo della terra natia, i Theramin stanno finalmente registrando del nuovo materiale. A presto l'uscita dell'album.

Anche gli altri Jerica's hanno progetti collaterali?

Si, Carmelo Sciuto ha appena finito di regitrare con i Farro, un lavoro che coinvolge pricipalmente la base ritmica dei Jasminshock, basso e batteria, ed altri ospiti; in più, collabora anche ad un altro progetto con membri dei Keen Toy e Twig Infection. Giuseppe Zappalà, l'attuale bassista (ex 100%) si occupa di un progetto chiamato Tapso, al quale partecipo pure io, ed è stato il promotore di una session di registrazioni che ha coinvolto questo inverno/primavera più musicisti catanesi gravitanti per lo più nella zona Indigena, alla quale hanno partecipato anche Agostino Tilotta e Giovanna Cacciola (Uzeda/Bellini) e che spero si possa ascoltare presto su cd. Marcello Sorge, il batterista, suona invece con Cesare Basile.

Mentre gli scienziati dell'industria della musica si scervellano per risolvere il problema del calo delle vendite dei CD, i Jerica's avanzano la loro lodevole - e gradevole - proposta (il CD costa 10 euro).

Ed hanno un bel po' di cose su cui scervellarsi! Come fare rientrare all'interno del costo di un cd, che ormai sembra caro a tutti, le spese ed i guadagni di: case discografiche, distributori, negozianti, monopoli di stato (IVA) e latrocini di stato (SIAE)? Quanto costa veramente un cd?

Abbiamo scelto la strada dell'indipendenza e del "fai da te", non certo per moda (come spesso ormai succede) o per una 'questione di 'stile' (come mi è stato detto una volta), ma proprio perché consapevoli di questo meccanismo contorto che di musicale non ha proprio un bel niente. Se si ama veramente la musica bisognerebbe cercare un'alternativa a tutto ciò ed il nostro gesto è, in piccolo, un tentativo in tal senso…


Andrea Perna

Rock Star – (Novembre 2002).Jerica's "Edison’s Last Machine" (2002, Indigena rec)
…Sono capaci di creare dense atmosfere malinconiche con delicati arpeggi e tenui ritmiche che talvolta variano con selvaggi riff su violente linee di basso-batteria. Quando la poesia incontra il rumore…

Gianluca Polverari

Freak Out (Novembre 2002).

Jerica’s

Intervista di Roberto Villani

Anestetizzati tanto da tonnellate di uscite mediocri quanto da epocali rivolgimenti nel mondo del rock (post e non), ci si era quasi dimenticati che 4 anni fa un valido gruppo di Catania a nome Jerica's, aveva saputo confezionare un interessante disco d'esordio qual era "Two Ships".

Era il periodo dell'imponente "onda" rock etnea, il periodo della prima "esportazione" di questo suono all'estero, il periodo in cui Carmelo Sciuto e Stefano Garaffa Botta (ambedue alla chitarra) facevano capire di essere della partita.

Poi un silenzio lungo e, appunto, "silenzioso", ossia non costellato di interrogativi sulla sorte della band. Oggi i ragazzi rientrano in scena, con l'aggiunta di Giuseppe Zappalà al basso e Marcello Sorge ai tamburi (e una sorpresa da scoprire durante la lettura…), senza squilli di tromba ma anche senza passare per la porta di servizio, come si conviene alle scosse elettriche emanate dal loro ultimo "Edison's Last Machine"…

Brevi - e necessari - cenni biografici su quando e come siete nati…

(Stefano) Il gruppo è nato nel '97, l'anno della registrazione di "Two Ships", con una formazione che durò due anni per poi cambiare batterista, e registrare questo "Edison's Last Machine"…

Però mi risulta che il vostro nome fosse incluso nella compilation "Lapilli", che è del '96 …

Erano i Jerica's Leaves, un altro gruppo… c'ero anch'io ma con tutt'altre persone. Poi le foglie sono "volate via"… quello fu un periodo bellissimo a Catania…

Già, cos'è che a metà anni 90 ha fatto di Catania - e non parlo solo di band - una succursale del sound a stelle e strisce in terra italiana (al Sud, poi!) ?

A quell'epoca era in atto il progetto "RockEmergendo", portato avanti da Prospettive Indigene, ossia Agostino e Giovanna, che coinvolgeva gran parte delle band emergenti catanesi, e si creò un movimento notevole…

i Comuni ci davano le piazze per suonare, oltre al fatto che c'erano un sacco di locali, cioè un vero e proprio interesse sociale verso il rock, ma la differenza appunto la fa anche chi può agire concretamente per creare spazi, opportunità…

Jerica è un nome di fantasia o…?

Jerica è il nome del cane del primo batterista, al tempo dei Jerica's Leaves, che aveva l'usanza di prendere delle foglie, masticarle e regalare il "prodotto" a qualcuno prescelto. E' una metafora quella di lavorare il materiale che applicata alla musica ci piaceva…

E' passato molto tempo - 4 anni - da "Two Ships", un tempo nel quale accadono molti stravolgimenti nel mondo del rock. Come mai un tempo di gestazione così lungo ?

Negli anni l'impegno per la band è stato sempre un po' indebolito da altre cose, ognuno lavora anche con altre persone, l'importante è che questo legame rimanga. "Edison" in realtà è stato registrato nel 2000, dopo di che sono successe delle cose che avevano messo in forse la sopravvivenza stessa del gruppo. Poi tutto si è risolto …

La lunga pausa deve aver comunque giovato al vostro sound: brani più lunghi, più strutturati, qualche apertura a soluzioni melodiche… una sensazione di accresciuta maturità…

(Carmelo) "Two Ships" racchiude un periodo breve, i pezzi uscirono fuori in maniera più istintiva, mentre "Edison" è un lavoro più ragionato, realizzato con maggior "cura"… però entrambi i lavori mantengono comunque la melodia come elemento principale del progetto…

(Stefano) In "Edison" c'è l'inserimento del violino di Giovanni Fidelio, che ha già suonato in altri gruppi, tra cui i Baffos, e che ultimamente sta lavorando con noi proprio con riguardo al discorso sulla melodia…

C'è qualcosa che distingue la Indigena, alla quale siete rimasti fedeli nel corso del tempo, dalle altre lables italiane e non (sempre che qualcuna di queste vi abbia "contattato") ?

(Carmelo) La Indigena più che un'etichetta è un insieme di persone che collaborano a svariati progetti, è una cooperativa, dove ognuno dà il suo per il raggiungimento di un fine collettivo…

(Stefano) è "un'idea", non c'è una netta distinzione / definizione di ruoli, noi stessi ci siamo impegnati in prima persona, per me è anche un modo di essere, di lavorare…

Il termine "post-rock", nel 2002, è ormai degradato al rango di bestemmia. Eppure questa creatura amorfa è arrivata a compiere 10 anni (più o meno, dipende da quando farlo nascere). Che tipo di evoluzione siete riusciti a percepire nel genere ?

(Carmelo) A parte che le etichette, come spesso accade, lasciano il tempo che trovano, credo che il post-rock sia ormai un fenomeno passato, oggi ci sono derivazioni di quel sound che vanno in più direzioni…

(Stefano) Le etichette servono però a qualcosa. In estetica si parla di "post-contemporaneità" per descrivere una condizione dove c'è un cambiamento, un'aspettativa di qualcosa che deve ancora completare la sua evoluzione e definirsi compiutamente. Noi siamo in questa condizione di transizione, in cui l'unica definizione possibile è il "post" di ciò che tale condizione ha preceduto.

(Giovanni) Il post-rock però credo che abbia perso quella sua originaria "violenza" - oddio, per me "post" sono anche i Fugazi, i Jesus Lizard, gli stessi Uzeda - , oggi con questo termine si stanno intendendo cose più tranquille, tipo Tara Jane O'Neill…

Questa presunta evoluzione riguarda anche voi ? Avete precisi punti di riferimento stilistici ?

(Carmelo) Non credo ci sia alcun punto di riferimento, ognuno di noi mette il suo stile personale, ferma restando la possibilità che ci siano gusti in comune…

OK, quindi la risposta è "passo"… Altri gruppi hanno invece introdotto - o accentuato laddove fosse già presente - la componente elettronica nel loro sound. Potrebbe toccare anche a voi prima o poi ?

(Stefano) L'elettronica ormai fa parte della vita quotidiana, basta utilizzarla come mezzo anziché come fine, nel qual caso si rischia di perdere la parte razionale e sentimentale della propria creatività. Io sono conquistato dalla musica "concreta" più che dalla musica elettronica…

(Giovanni) L'elettronica è come un contenitore che va riempito dai rumori della realtà circostante, dai suoni "concreti"…

(Stefano) Noi oggi usiamo l'elettronica come "sfondo" della musica, il primo brano di "Edison" è un rumore di fondo elettronico che scompare non appena, nel brano successivo, inizia la musica vera e propria; in altri brani poi ci sono registrazioni di rumori esterni, musica "concreta", per creare sensazioni che il suono di uno strumento non può dare…

Per finire, cosa c'è nell'agenda dei Jerica's ? Anche un "sogno americano", magari, ossia un contratto con un'etichetta d'oltreoceano o più semplicemente la collaborazione con qualche artista degli States, o un tour da quelle parti?

(Carmelo) A noi piacerebbe lavorare con persone che stimiamo, siano essi americani o meno…

(Stefano) Giuseppe, il bassista, ha già realizzato questo sogno, ha sposato un'americana, può andare lì quando vuole… (ride)

(Giuseppe) l'interesse maggiore oggi è portare avanti i progetti nei quali al momento siamo coinvolti, andare in America per ora non ci interessa.

Chiudiamo qui ?

(Giovanni) Le chiediamo: "ma lei, adda cagnà Napule ?!" (citazione dal film "No grazie il caffè mi rende nervoso)

(Una chiosa del genere non posso tagliarla…)

Roberto Villani

Vivere (inserto del quotidiano "La Sicilia") – (mercoledì 4 Dicembre 2002).Jerica's "Edison’s Last Machine" (2002, Indigena rec)
…Il loro secondo disco "Edison’s last machine" rasenta la scientificità: è il post-rock italiano, freddo quanto basta nella razionale ricerca di strutture musicali nuove, caldo quanto basta perché in quelle chitarre si sente l’emotional heritage del rock catanese degli anni ’90 (vedi la title track). C’è classe dietro a quel feedback…

Gianni Nicola Caracoglia

Rockerilla – n° 269 (Gennaio 2003).Jerica's "Edison’s Last Machine" (2002, Indigena rec)
Piccoli grandi gruppi crescono all’ombra dell’Etna… I Jerica’s sono una di quelle band che hanno mosso i primi passi a metà anni ’90, quando Catania veniva paragonata a Seattle per il numero e la qualità di formazioni provenienti dai suoi sotterranei. Sono cresciuti un po’ alla volta, senza fretta, rispettando i tempi necessari per mettere a fuoco la propria formula sonora…"Edison’s last machine", registrato da David Lenci agli ormai celebri "Red House", è un percorso sonoro che si articola in dieci movimenti soffusi attraverso i quali il quartetto etneo estrinseca la propria visione della realtà interiore e circostante. Si intravedono a tratti echi del post-punk e dell’indie-rock americano anni ’90, come della più recente deriva post-rock, ma sono influenze felicemente assorbite dai Jerica’s in una formula magmatica che avanza ora con squarci di nervosismo ed elettricità ("Sea of grass", come pure l’eccellente title-song), ora con un incedere più lento e narcolettico ("Future expressions") o addirittura attraverso trame sussurrate ("House 6x3" e la sognante conclusione di "Moving diamonds at sunset")."Edison’s last machine" è un disco che convince pienamente, mettendo in luce le potenzialità di una formazione in possesso di idee e personalità proprie.

Roberto Calabrò